Un fotografo vede “fotograficamente” tutta la sua vita?

Dopo esservi guardati un po’ di fotografie di vecchi e ciccioni spiaggiati immortalati dal nostro buon Martin Parr (vedi articolo precedente), vediamo cosa vuol dire “vedere fotograficamente”.

Su questo argomento posso raccontare la mia esperienza personale. Dato che ogni fotografo ha la propria visione del mondo parallelo fotografico. Per me è questo:

Il famoso mondo parallelo, non appare sempre, non è costante e non può essere mischiato con la realtà che vivo. Spesso appare ai miei occhi quando meno me lo aspetto. Oppure lo vado a cercare. Talvolta non arriva per giorni. Ma quando arriva, cosa accade? Non lo so. Forse mi estraneo dalla realtà, lo sguardo si fissa sulla scena che vorrei scattare e in quei momenti la gente che è con me mi perde per strada o parla e io non sento più nulla. La cosa assurda è che queste “visioni” appaiono la maggior parte delle volte quando non ho il mezzo in mano, quando sono senza una macchina fotografica. Quando ho la fotocamera a disposizione è come se diventassi ingordo di immagini e scatto anche quando non sono entrato in sintonia con il mio mondo a parte. Il risultato a volte è tornare a casa, scaricare la scheda sul computer, e sapere che la maggior parte di quelle che ho scattato oggi non sono delle “buone” fotografie”. Ma più che vado avanti con lo studio delle mie immagini, questo accade sempre più raramente. Ritengo fondamentale studiare le proprie fotografie. Soprattutto molto tempo dopo averle scattate. Vedrete che l’editing del lavoro cambierà totalmente. Così come la percezione di esso. E forse così possiamo avere uno specchio di quello che era veramente la scena scattata.

Ma questo è un breve estratto del mio piccolo mondo di fotografo che di strada ne deve fare ancora tanta e imparare moltissimo.

Pensiamo invece ai grandi. Ad uno come James Nachtway, che con la sua fotografia racconta la guerra. A tanti sembreranno fotografie documentaristiche del nostro mondo, e per carità non voglio dire il contrario. I conflitti che lui fotografa sono veri e sono qui, adesso. Ma cosa spinge James Nachtway ad andare in guerra, rischiare la propria vita per qualche scatto venuto bene? Io credo che sia proprio l’incoscienza trascinata dal suo mondo parallelo. E’ molto probabile che lui viva la vita di tutti gli altri ogni giorno, ma quando si ritrova in guerra, si attiva il suo mondo personale, la sua visione privata e differente dei fatti. Che manda in tilt tutto il resto e muove solo il dito indice che scatta su bombe, guerriglieri e pallottole che gli passano tra i capelli grigi e lunghi. Come se quella che ha tra le mani non fosse una macchina fotografica, ma un fucile, e quello che preme, il grilletto che gli permetta di stare allo scoperto senza farsi uccidere.

C’è infatti un video che fa parte del documentario “War photographer”, che trovate facilmente su youtube , in cui James sta scattando in una zona in cui si sta combattendo un conflitto fittissimo, pallottole che volano di qua e di là, e lui è seduto a terra accanto a dei guerriglieri. D’un tratto si vede chiaramente una pallottola che schizza in mezzo ai capelli del fotografo. Ma lui, imperterrito rimane li, comprende per qualche istante che è ancora in vita e che gli è appena passata una pallottola a circa 3 millimetri dal cranio. E continua a scattare. Impressionante. Da brividi.

Tutto ciò significa soltanto una cosa. Il bravo fotografo, non è quello che mette bene in pratica la teoria che ha imparato. Il bravo fotografo nasce tale. Con quella parte di se, che viene fuori appositamente per farti scattare fotografie memorabili. C’è chi la trova, chi no, chi sa di averla ma non riesce ad esprimerla. Il dono della fotografia, che supera i limiti umani.

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Un essere umano non vede solo in 50mm

Tecnicamente il nostro occhio vede in 50mm. Così ci spiegano nelle scuole di fotografia. Ma io voglio controvertere in parte questa tesi. La visione di un uomo è in proporzioni visive quella di un obiettivo 50mm. Ma non è la visione “totale”. Il nostro campo visivo si avvicina molto di più ad una lente grandangolare, vicina ai 20mm.

Mi spiego meglio: quando guardiamo uno scenario davanti a noi, i soggetti ci appaiono in prospettiva, in base alla loro distanza, con grandezze ben precise. Le proporzioni che il nostro cervello percepisce sono sempre le stesse. Avete mai provato a guardare una scena, da una parte con l’occhio nudo, e dall’altra con l’occhio dietro alla vostra fotocamera reflex che monta una lente di 50mm di focale? Dopo qualche secondo in cui l’organo che ci da la vista si adatterà a questo “oggetto” che ha davanti, abbiamo l’impressione di guardare con entrambi gli occhi “nudi”. Questo avviene perché le lenti interne ad un obiettivo di 50mm proiettano al nostro occhio e quindi al nostro cervello le immagini con le stesse identiche proporzioni dell’occhio stesso (a patto che stiate utilizzando una macchina fotografica Full-Frame se parliamo di digitale). Tutto vero. Quindi il nostro occhio vede in 50mm. Ma quello che non può fare un obiettivo di tale lunghezza focale, è mandare al cervello la visione TOTALE che invece ci dà l’occhio. Oltre infatti a quella porzione di scenario che mettiamo a fuoco a occhio nudo, abbiamo la capacità di “vedere” anche con la famosa “coda dell’occhio”. Ovvero una parte della scena sulla quale non ci concentriamo direttamente mettendola a pieno fuoco ma la “comprendiamo” e acquisiamo lo stesso. Ecco, è questa (grande) porzione di scena che il nostro occhio può vedere e l’obiettivo fotografico “normale” no. Da qui penso che nasca il grande miracolo della fotografia, trasmettere emozione.

Per forza di cose, anche nelle proporzioni più simili in assoluto all’occhio, la macchina fotografica è una visione nuova, indipendente e unica. Ecco perché una scena che dal vivo ci da delle emozioni ben precise, fotografata, ci può dare sensazioni totalmente diverse, che si possono avvicinare o allontanare da quello che abbiamo vissuto veramente. Nel caso specifico, una buona fotografia può amplificare uno stato d’animo provato nel raccontare la scena, una cattiva fotografia, al contrario, perderà di significato rispetto alla realtà vissuta. Un’immagine che descriva esattamente la scena così come il fotografo l’ha percepita, è irrealizzabile. Lo scatto perfetto non esiste. E la macchina fotografica è solo uno strumento. Meglio così.

Voglio portarvi un esempio pratico, ovvero il caso Martin Parr, fotografo eclettico nostro contemporaneo. Geniale. A me personalmente non piace la tecnica che utilizza nelle sue immagini, preferisco scatti che prediligano la bellezza visiva a prescindere dal contenuto; ma colpisce in modo universale il modo in cui lavora questo fotografo britannico. L’ironia straordinaria con cui riesce a raccontare momenti comuni delle vite comuni, è certamente maggiorata rispetto all’ironia della stessa scena vissuta. Anzi, talvolta la scena vissuta non è ironica. Per nulla. Quindi cosa fa diventare un ciccione spiaggiato al mare tra i rifiuti (umani) di una battigia, un grande scatto? La porzione ritagliata dalla scena. E quindi la capacità da cecchino di Martin Parr di “tagliare” da una scena grandangolare percepita, uno spicchio che da solo, fa sorridere. E pensare.

Pensare fotograficamente, è il miracolo di questa arte. Pensare che oltre alla scena a volte noiosa che ci si presenta davanti, ci sia un mondo che viaggia parallelo che si chiama fotografia. Nel quale possiamo viaggiare quando e come vogliamo.

Un mondo di suicidi nel nulla (Omaggio a Bukowski)

“E’ un mondo, è un mondo di potenziali suicidi, be’, parlo più che altro degli Stati Uniti, non conosco il resto del pianeta, ma è un posto di potenziali ed effettivi suicidi e di centinaia e di migliaia di donne sole, donne che soffrono per avere compagnia, e poi ci sono gli uomini, che impazziscono, si masturbano, sognano, centinaia e migliaia di uomini che impazziscono per sesso o per amore o per qualsiasi cosa, e, intanto, tutta questa gente, quelli dell’amore perduto, del sesso perduto, quelli che sono spinti al suicidio, svolgono tutti questi lavori succhia-anima che deformano i loro volti come se fossero limoni marci e che spremono i loro spiriti, fuori, fuori, fuori…Nella struttura della nostra società è impossibile per queste persone entrare in contatto fra loro da qualche parte. Chiese, balere, feste sembra non facciano altro che dividerli ancora di più, e i club per appuntamenti, e i sistemi di computer per cercare l’anima gemella non fanno altro che distruggere sempre più una naturalezza che avrebbe dovuto esserci, una naturalezza che è stata frantumata e sembra essere distrutta per sempre nel nostro attuale stile di vita (e di morte). Guardali mentre indossano i loro vestiti sgargianti e salgono sulle loro nuove auto e sgommano verso il NULLA. E’ tutta una manovra di facciata e il contatto umano è andato perso.”

Così scriveva Charles Bukowski, nel lontano 1967 per la rubrica “Taccuino di un vecchio sporcaccione” uscita sulle riviste underground dell’epoca.

Non vi pare di riscontrare in queste parole un sinistro presente che stiamo vivendo? A me sembra proprio di si. Milioni di modi per essere sempre più “social”, sempre più in contatto con tutti, sempre più velocemente. Sempre mettendo in vetrina la propria esistenza. Per chi? Per tanti, cento, mille, un milione di inseguitori, di curiosi, di guardoni. Ma questo “sociale”, è un sociale individuale, è un egocentrismo di massa. Fa perdere la bussola. Una bussola che deve avere come nord geografico e punto di riferimento, la passione. Ma che invece ci allontana da essa. E ci avvicina all’universo del NULLA. Lavori sempre più collegati, ma alienanti, conversazioni inutili di inutilità davanti a una tastiera. Ore e ore a parlare di NULLA. Via la voce, via i sorrisi, via la rabbia. Solo dita che scrivono su tastiere sporche. In un tono sempre uguale, paragonabile al battito cardiaco di un morto nel monitor dell’ospedale.

Riprendetevi la vostra gente e i vostri affetti. Sennò sarà facilissimo per i cattivi del mondo, giocare con voi alle marionette. A tetris. A flipper. E’ un gioco mondiale dell’ebetismo indotto. Materiale. Ti pago per pagare. Ti sfrutto per sfruttare. Non avete più NULLA. Più niente di solido. Di vostro.

Ma forse, Bukowski nel vedere solo gli Stati Uniti, ha visto il mondo intero. Quegli Stati Uniti sono arrivati anche da noi, e si stanno facendo strada nelle viscere della passione. Per distruggerla e annientarci. Un mondo di suicidi.

Natale

La notte di natale. Il cuore della città palpita di luci incandescenti che si accendono e spengono scandite da una cadenza che pare quella di un SOS nel codice Morse. L’atmosfera è quella. Freddo, vetri appannati, Babbi Natale in giro che regalano gioie ai più piccoli. Questa è l’atmosfera della solennità più importante per noi. Le strade sono un fiume in piena di gente gioiosa e vociante. Una goccia di questo fiume sono io. Decido di visitare a cavallo della mezzanotte le cattedrali più imponenti di Firenze, entro dentro quella di San Lorenzo, Santa Croce, Santa Maria Novella, Santa Maria del Fiore. Dentro quest’ultima mi si spezza il fiato appena entrato. Tutta quell’atmosfera di festa e leggerezza diviene silenzio e pesantezza. C’è la cerimonia in corso, centinaia di persone. Eppure silenzio. Ma non è il vuoto quasi silenzioso che si sente allo stadio nei minuti di raccoglimento. E’ un silenzio che ti grava sulla testa, che ti si poggia addosso. Mi metto a camminare intorno a tutta quella gente stipata, quasi in punta di piedi. E assisto a quello che è un enorme rito comune, dove ognuno ha il suo cero, nel quale forse ripone un sogno o una speranza, e concentra tutto il suo animo in quella fiamma che arde lentamente. I portatori della parola del signore che si aprono un corridoio, camminano con un incedere soave lungo tutta la navata del Duomo. Si accende il braciere, qualcuno si emoziona, altri sono meno interessati; ma tutti sentono sicuramente, quel silenzio appoggiato sulle spalle. Quando finisce il rituale, le persone iniziano ad uscire abbastanza velocemente in antitesi con il silenzio e la lentezza che si percepiva un attimo prima, e tre uomini, senza neanche aspettare l’ultima persona presente nella chiesa, costringendola a uscire dalle normali porte laterali, iniziano a spingere tutti insieme la grande porta della basilica, che cigola appesantita dagli anni. Una volta chiusa, Santa Maria del Fiore continuerà a contenere nella sua pancia i segreti delle preghiere dei battezzati alla setta cristiana. Senza offesa alcuna.

GM

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Tracotante bellezza

sconosciuto

Vi siete chiesti come mai questo scatto del bambino Aylan abbia iniziato un’onda mediatica così forte? 

Sicuramente si. E certamente molti si saranno risposti che la fotografia in questione è tremenda, di una efferatezza inaudita, e che suscita in noi fratelli, genitori, madri, figli, un odio e uno schifo viscerale per tutto ciò che sta accadendo ai migranti. Ok, ma questo è lo scòpo di quello scatto; farci vedere il male. Ma invece di questo, non poteva avere lo stesso riscontro, un’altro scatto, di un altro bambino morto? No. Perchè quest’immagine è bellezza poetica. C’è bellezza nell’icona di un bambino supino sulla battigia del mare. Ci sono i colori bellissimi dei suoi vestiti, un pantaloncino blu, abbinato perfettamente al rosso della maglietta, con i piedi coperti del bel marroncino delle scarpe. In più l’ onda che lo sta per travolgere. L’onda di un mare calmo, che non può far male a nessuno, soprattutto ad un bambino che in quel momento è felicemente sdraiato sulla spiaggia e sta aspettando l’ennesima soffice onda che bagnerá il suo viso. 

Per un attimo, pensiamola così questa fotografia, pensiamola come “una fotografia” e non “la fotografia” che è divenuta il crudo simbolo di una migrazione epocale e drammatica. Perché il motivo per cui tutti i media l’hanno scelta con arroganza per buttarla in prima pagina è la sua bellezza. Travolgente. 

Tutto questo dimostra ancora una volta che la fotografia è uno strumento potente. Che mostra, fa riflettere, ma in quanto tale, può essere utilizzato in varie maniere, e da mani diverse. Mani che controllano il tuo pensiero, la tua indignazione. Se volevano non ce la facevano vedere. Ma da questa foto è partito tutto il movimento mediatico sulla situazione dei profughi. È stato lo strumento per aprire sui telegiornali la grande stagione dei migranti.

Leggiamo le immagini, prima di leggere le didascalie e gli articoli. Grazie.

GM

Expo (visto con gli occhi di un fotografo)

Qualche giorno fa mi sono deciso a visitare l’EXPO. Incuriosito da questo enorme evento la prima domanda che mi sono posto per evitare un giro a vuoto è stata: “ci saranno mostre di fotografia?”. Mi sveglio la mattina accendo l’Ipad e scarico l’applicazione dell’Expo; bella,ben fatta, elenca tutti gli eventi e i rispettivi orari della giornata espositiva. Permette di farti un percorso tra i padiglioni che vuoi vedere, e così ho fatto. Mi sono salvato tutte le più interessanti mostre fotografiche che avrei voluto vedere di persona passeggiando tra i cluster, e ce ne sono davvero tante!

Arrivo alle 10:30 circa e la prima cosa che volevo era un bel caffè. Niente di meglio dunque del cluster del caffè, dove avevo previsto la prima tappa del mio percorso. Entro nel padiglione del Kenya e ordino un espresso, 1,50 euro. Da li ho capito che avrei dovuto volare basso con le spese, che sarebbe stato tutto molto molto caro, e in effetti sarebbe stato così.

Ma torniamo al percorso, cluster del caffè, targato Illy, dove svettano altissime le enormi stampe di Salgado che raffigurano la lavorazione, essiccazione e esportazione del caffè in molti paesi del mondo. Tutte le più belle mostre di fotografia all’interno dell’area fieristica sono esposte in un percorso che va dall’esterno dei padiglioni per poi snodarsi anche all’interno. Le stampe di Salgado infatti oltre a essere visibili ad altezza uomo ai lati del viale principale, via via che ci addentriamo nel cluster caffè sono appese ad almeno 5 metri di altezza e di dimensioni maestose, sicuramente d’impatto, anche se non propriamente il modo migliore per osservarle, dati i numerosi riflessi del sole sulle stampe e la prospettiva non comune.

Dopo il caffè sono passato al padiglione Eataly, dove sapevo dell’esistenza di una galleria espositiva curata da Vittorio Sgarbi, che quando si tratta di arte è tutto fuorché un opinionista becero e incattivito. La mostra si chiama “Tesori d’Italia”, è al primo piano del padiglione e si snoda in un percorso fantastico di opere d’arte altrettanto belle che sono suddivise per regione. Ogni regione italiana ha un manipolo di artisti esposti. Un viaggio (nemmeno troppo breve, da dedicarci almeno un’oretta) tra i grandi pittori e scultori provenienti da tutte le regioni d’Italia. In questa mostra si apprezzano le profonde diversità nel nostro paese di regione in regione.

Gianni Berengo Gardin, invece, è presente all’Expo con i suoi “Paesaggi di riso”, nel cluster del riso. Anche questa si snoda sia all’esterno che all’interno dei padiglioni permettendoci di godere oltre che delle foto anche di altri temi espositivi. Quello di Gardin è un viaggio attraverso la civiltà contadina italiana che ha prodotto e continua a produrre le migliori qualità di riso al mondo.

Andando avanti nella lunga camminata, nel cluster della frutta, incontriamo la fotografa Irene Kung (contrasto) che ha realizzato un lavoro sugli alberi da frutto italiani, con tempi e modi di esposizione molto intriganti e particolari.

Vicino a lei, nel cluster delle spezie è presente un’esposizione di uno dei miei fotografi preferiti, Alex Webb, che con i suoi meravigliosi colori e contrasti analizza il tema delle spezie nel mondo. La mostra si chiama “the spice route”.

Sono le 13.30 e a quest’ora dopo aver già fatto un paio di km a piedi, mi piglia fame. Mi trovo vicino al padiglione America dove avevano montato dei furgoncini che distribuivano panini, hot dog, hamburger, birre e così via. Perfetto! Ordino un cheeseburger e una birra da 33cl (italiana). 13.50 euro.

Con la pancia piena e il portafoglio vuoto mi dirigo verso il padiglione biomediterraneo, dove ci sono le eccellenze italiane, in particolar modo del sud Italia. Qua si snoda la mostra di Ferdinando Scianna, che narra il rapporto molto profondo dell’autore con i luoghi del mediterraneo.

Nel cluster “Isole” troviamo le foto aeree di arcipelaghi e isole del Madagascar, Cuba, Maldive, coloratissime, della fotografa Magnum Alessandra Sanguinetti. Bello lo spazio espositivo, un pò defilato dal cuore dei padiglioni più importanti, ma godibilissimo sia per la qualità delle immagini che per la corretta esposizione alla luce che filtra dal tetto del padiglione.

Dopo queste visite e aver concluso la lista di mostre che mi ero prefissato, ho deciso di fare un giro casuale nei padiglioni che mi incuriosivano dall’esterno o semplicemente erano accessibili per via della poca gente (si perché in alcuni è impossibile entrare senza fare un’ora o più di fila). Sono entrato così nel padiglione della Russia, stupendo dal punto di vista architettonico e ingegneristico, con una enorme e oblunga terrazza di prati verdi con un bar nel suo punto più alto. Poi, in Ungheria, dove c’è al piano terra una interessante mostra fotografica sull’acqua, mentre al piano superiore e all’esterno un’altra esposizione, ma sulla natura selvaggia e gli animali. Il padiglione UK merita una visita, infatti, dopo essere entrati passando per muri che riproducono alveari giganti, ci si addentra in un giardino con rumori e suoni della natura, prima di raggiungere una gigantesca sfera metallica dove si può entrare e osservare dall’alto il giardino di cui sopra, anche li c’è un bar per chi avesse intenzione di rimanere senza soldi dopo essersi concesso il lusso di un paio di bibite. Mi sono soffermato invece quasi un’ora nel padiglione dell’Argentina, esteticamente orribile, ma pieno di vita, al piano terra infatti un gruppo di ragazzi stava suonando. Ma non strumenti musicali classici, bensì “utensili” e accessori che si trovano nelle strade di città: bidoni, grondaie, tubi, padelle… Dopo ho scoperto che questa particolare e attraente musica si chiama “El Choque urbano”, vi assicuro che è ipnotico vederli e sentirli suonare. In Lituania c’è un mostra fotografica al piano superiore, sul festival della musica lituana, ne vale la pena anche se è molto piccola.

Uno degli ultimi padiglioni che ho visitato, è stato quello della Korea, che secondo me (tra quelli che ho potuto vedere) è l’unico che affronta seriamente il tema dell’Expo, ovvero “nutrire il pianeta, energia per la vita”. Dopo la Korea però, che mi aveva dato una sensazione di speranza, sono entrato nel padiglione del Belgiio, che ha fatto implodere in un attimo tutta la mia speranza nell’umanità, infatti al piano interrato c’è una enorme serra artificiale, dove vengono cresciute piante e spezie tra le più comuni per cucinare, il tutto artificiosamente! No non ci siamo, non credo che così si nutra il pianeta, così si nutre l’Enel.

In conclusione, dopo aver visto tante mostre di fotografia e arte (seriamente interessanti), volete sapere qual’è l’aneddoto che riassume la mia esperienza in Expo?

Ero nel padiglione dell’Azerbaijan, stavo salendo le scale esterne della struttura insieme ad altre persone, accanto a me una signora aveva aperto un pacchettino di cracker e stava probabilmente fermando un morso della fame dopo aver camminato per ore. Ebbene arriva una grossa guardia con l’auricolare al collo e vestita di nero che con fare cattivo ferma la donna e le dice: “No signora! Mi scusi ma qui non si può mangiare!”. Expo. La fiera del cibo.

Visita http://www.gianmarcofolcolini.com/myreportage.php?id=6159 per vedere le foto che ho scattato all’EXPO!

Expo (3 di 31)

GM

Steve Mccurry , l’uomo oltre lo sguardo

Steve Mccurry, il nome di uno famoso oramai. E come sempre quando un personaggio diviene una celebrità c’è chi sguaina la spada e trafigge la sua figura con parole al veleno. Ho sentito dire che non c’è etica dietro al lavoro di Mccurry, che si è venduto, che fa i soldi sulle disgrazie altrui. Bene. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma prima di evaginare l’arma, bisognerebbe pensare bene se ne vale la pena.

Ho visto diverse volte Mccurry in mostra in Italia, ho comprato il libro delle storie dietro le sue fotografie, sono andato a sentirlo parlare pochi giorni fa a Milano al museo della scienza, in fin dei conti, anch’io ho ingrossato il suo portafoglio. Da amante e fruitore della fotografia posso però dire con certezza di non aver mai visto in altre esposizioni, la qualità delle sue mostre. Impressionante la stampa, favolosi i contesti, incredibili le fotografie. Ecco, penso che le sue fotografie siano incredibili, sfiorano il paradosso se non le si guardano con zelo, e questo forse è l’unico motivo per cui bisogna perdonare chi critica il suddetto fotografo, peccatori di attenzione! Mccurry riesce ad unire due mondi esageratamente lontani in uno scatto. Riunisce l’estetismo di fotografie perfette, saturate al limite dello stampabile, tecnicamente e compositivamente impeccabili, alla durezza del momento reale fotografato.

Prendiamo ad esempio l’immagine che ha fatto la storia della fotografia e del National Geographic. Quella che per me è la Monna Lisa della fotografia: la ragazza afghana. Il fotografo si trova in Pakistan e dopo essere entrato in una scuola di un campo di esuli afghani, in fondo alla classe, nota Sharbat Gula, ragazza dagli occhi illuminati di un verde intenso. Dopo aver chiesto all’insegnante il permesso di scattare delle fotografie ai ragazzi, Steve passa in rassegna alcuni alunni, prima di arrivare a lei (cosicché la stessa non si impressionasse per essere fotografata per prima ma anzi si abituasse all’idea che anche i suoi compagni venivano ritratti). Quando fotografa Sharbat, bastano pochi minuti e qualche scatto, per impressionare la pellicola e il mondo intero con quegli occhi che urlano paura, speranza, curiosità, ingenuità e meraviglia. Questo è il contenuto di quello sguardo. Ed è dentro quegli occhi che si apre al mondo tutta l’opera di Mccurry. In un campo profughi, una situazione a dir poco spiacevole, lui non si limita a scattare delle fotografie documentaristiche, anzi forse non documenta affatto gli eventi, ma fa parlare gli occhi di una ragazzina, 12 anni. Eccome se li fa parlare. Con quell’immagine, di un estetismo clamoroso, ma un rigore e un rispetto unici allo stesso tempo.

Questo è l’elemento che più mi affascina delle fotografie e nei ritratti di Steve Mccurry, il suo “paradosso buono”, ma c’è un’altra cosa che mi convince che egli sia un’ icona vivente (come ormai ce ne sono poche) della fotografia. Egli ha rischiato la vita per il suo lavoro, più di una volta, ha sfidato i monsoni a piedi nudi rischiando malattie infettive e mortali, è caduto da un ponte mentre stava scattando, risvegliandosi in ospedale, le pellicole che contenevano le foto di Sharbat Gula se le è cucite nella tunica, facendosi accompagnare dai Mujaheddin armati oltre il confine. Tutto questo dimostra che Steve Mccurry per la fotografia ha dato l’anima, quasi la vita, e i suoi soggetti hanno donato lui tramite i loro occhi, la loro stessa anima. E grazie a quelle Kodachrome, la loro storia arriva fino a noi. E noi ce ne possiamo emozionare.

A sentirlo parlare ha confermato di essere un grande uomo. Non ha fatto dietrologia sui suoi scatti. Non ha parlato di etica o di politica. Ha raccontato con partecipazione commovente e leggera cosa faceva lo stesso Steve mentre i suoi soggetti guardavano per sempre dentro il suo obiettivo.

AFGRL-10001